In occasione del diciassettesimo anniversario della scomparsa di Domenico “Dodò” Gabriele, avvenuta il 20 settembre 2009, il Coordinamento Nazionale dei Docenti della Disciplina “Diritti Umani” (CNDDU) lancia un forte appello al mondo dell’istruzione. L’obiettivo è sottrarre la storia di una delle più giovani vittime innocenti della ’ndrangheta alla semplice ricorrenza formale, trasformandola in uno strumento permanente di educazione civile e di contrasto alla cultura mafiosa.
Dodò aveva solo undici anni quando, la sera del 25 giugno 2009, la sua vita fu spezzata nei campetti di contrada Margherita a Crotone. Mentre giocava a calcio, la sua grande passione insieme al tifo per la Juventus e all’ammirazione per Alessandro Del Piero, rimase gravemente ferito in un agguato della criminalità organizzata diretto contro un altro uomo. Dopo ottantacinque giorni di sofferenza in ospedale, il piccolo si spense il 20 settembre. Per quel delitto la giustizia ha condannato in via definitiva all’ergastolo Andrea Tornicchio e Vincenzo Dattolo, ma il significato di questa tragedia ha superato da tempo i confini delle aule di tribunale.
Il merito va soprattutto ai genitori di Dodò, Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, che hanno saputo trasformare un dolore privato e incommensurabile in una missione pubblica, incontrando negli anni migliaia di studenti. Un impegno che oggi diventa ancora più urgente custodire e proseguire, dopo la dolorosa scomparsa della mamma Francesca, avvenuta l’11 maggio 2026 all’età di 58 anni.
Il CNDDU, attraverso una nota firmata dalla professoressa Giovanna De Lucia Lumeno, sottolinea come la scuola sia il luogo privilegiato per dare continuità a questo percorso. La commemorazione da sola, tuttavia, non basta più. I docenti chiedono che gli studenti siano guidati nella comprensione approfondita delle dinamiche mafiose, studiando come le organizzazioni si radicano nei territori e condizionano l’economia, ma anche conoscendo gli strumenti normativi che lo Stato utilizza per combatterle.
Tra le proposte concrete avanzate dal Coordinamento vi è lo studio approfondito, con moduli adatti all’età dei ragazzi, dell’articolo 416-bis del codice penale e del decreto legislativo n. 159 del 2011, relativo alle misure di prevenzione e alla confisca dei patrimoni illeciti. Il CNDDU suggerisce l’avvio di laboratori didattici territoriali in cui le classi possano ricostruire la storia dei beni confiscati a livello locale, vedendo da vicino come la collettività si riappropri di ciò che le è stato sottratto.
Anche lo sport, che Dodò amava tanto, può diventare un ponte educativo: l’invito è a utilizzare gli impianti sportivi e le scuole per promuovere incontri con magistrati, istituzioni ed esperti, stimolando nei giovani un metodo di ricerca rigoroso che distingua la verità giudiziaria dalle ricostruzioni frammentarie.
“A diciassette anni dalla sua morte – conclude la nota del CNDDU – la questione non è soltanto quanto ricordiamo Dodò, ma che cosa siamo capaci di fare di quella memoria. La violenza mafiosa ha cancellato il futuro di un bambino estraneo a quel mondo. Alla scuola spetta adesso il compito di interrompere il processo di assuefazione prima che la presenza criminale venga accettata come normalità, restituendo alle nuove generazioni la capacità di difendere il proprio domani”.
