TUTTI ACCUSATI, NESSUN COLPEVOLE: LA PRESCRIZIONE AFFONDA IL CASO "STELLA MARINA" A MELITO PORTO SALVO

Il Tribunale ordina il dissequestro e la restituzione dell’hotel “Stella Marina” alla famiglia Leone. Dopo 7 anni di fango mediatico, la giustizia-lumaca cancella le accuse senza colpevoli né innocenti.

EDITORIALE / di Domenico Vncenzo Vinci


La parola “Fine” arriva di pomeriggio, precisamente alle ore 17:06 del 7 luglio 2026. Con la firma digitale del giudice monocretico Stefania Mastroianni sul dispositivo di sentenza numero 1153/26 del Tribunale di Reggio Calabria, crolla definitivamente l’impalcatura penale sul presunto business dei migranti a Melito Porto Salvo. Il primo e più tangibile effetto pratico è scritto nero su bianco: il giudice dispone il dissequestro dei beni sottoposti a vincolo e la restituzione degli stessi agli aventi diritto. L’hotel camping “Stella Marina”, la storica struttura sul lungomare finita nell’occhio del ciclone, viene ufficialmente restituita alla famiglia Leone.

«Il Tribunale ordina il dissequestro immediato e restituisce le chiavi dell’hotel “Stella Marina” ai privati: si chiude così, a colpi di prescrizione, l’ennesimo processo-spettacolo senza colpevoli né innocenti.»

Si chiude così, nel modo più effimero possibile, una vicenda giudiziaria monumentale: tutti accusati, nessun colpevole. Letto l’articolo 129 del codice di procedura penale, il Tribunale ha dichiarato il non doversi procedere nei confronti di ex amministratori, tecnici e privati per i reati loro ascritti ai capi I), N), Q) e T) (previa riqualificazione in falso materiale commesso da pubblico ufficiale), decretandone l’estinzione per intervenuta prescrizione. Non c’è un’assoluzione nel merito e non c’è una condanna: c’è solo il tempo che è scaduto, cancellando le accuse pendenti sui fatti che risalivano ormai al biennio 2016-2017.

Dal blitz del 2019 al deserto giudiziario

Dobbiamo fare un salto indietro, salendo a bordo della nostra macchina del tempo, per capire la portata del cortocircuito. Siamo all’anno del Signore 2019: nel mese di giugno di quel complicato anno, le gazzelle dei Carabinieri stringevano i sigilli attorno allo “Stella Marina“. L’operazione, coordinata dalla Procura di Reggio Calabria, portava al sequestro preventivo del complesso e delle quote della società di gestione. L’accusa iniziale era pesante: la struttura, adibita a Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) per centinaia di richiedenti asilo e minori stranieri, era considerata dagli inquirenti un agglomerato di opere abusive totalmente privo di titoli edilizi, agibilità e sicurezza. Un’operazione che secondo l’ipotesi della Procura (firmata dal PM Tommaso Pozzati) avrebbe fruttato un ingiusto profitto di oltre mezzo milione di euro di canoni pubblici alla società Leone Srl tramite una presunta fitta rete di coperture istituzionali.

Le intercettazioni fecero clamore. Su tutte, quella in cui l’allora sindaco Giuseppe Salvatore Meduri, pur di allocare i migranti a favore della società, dichiarava che con le ordinanze d’urgenza avrebbe potuto sistemarli ovunque, persino in una “zzimba” (un porcile). Accuse che spaziavano dal falso ideologico alla truffa aggravata e alla frode in pubbliche forniture (Capi U e V), con l’ipotesi infamante di sfruttamento della manodopera dei migranti per l’allestimento del vicino lido balneare.

Il colpo di spugna normativo del 2024

Se la sentenza del 2026 ha messo la pietra tombale sui reati rimasti a galla, la vera spallata all’inchiesta era arrivata in realtà due anni prima. Un dispositivo emesso l’8 ottobre 2024 dal Giudice dell’Udienza Preliminare, il dott. Claudio Treglia, aveva già anticipato lo svuotamento del processo, sfruttando i mutamenti legislativi nazionali.

In quella sede, le accuse politicamente più insidiose — quelle legate all’Abuso d’ufficio (Capi H e P) — erano evaporate di colpo. Il GUP dichiarò il non doversi procedere per l’ex dirigente della Prefettura Francesco Silvio Campolo, per il Sindaco Meduri, per la progettista privata Flavia Verduci e per gli imprenditori Leone e Spinella con la formula “perché il fatto non è previsto dalla legge come reato”. L’abrogazione del reato di abuso d’ufficio decisa dal Parlamento ha travolto i pilastri dell’accusa di favoritismo. Sempre in quel dispositivo del 2024, il giudice Treglia aveva già dichiarato prescritta la Turbata libertà degli incanti (Capo X) che pendeva, tra gli altri, su Pasquale Ambrosino della Cooperativa Exodus, azzerando il filone d’indagine sulle gare d’appalto del 2017.

«Dall’arresto negato per l’ex sindaco al fango mediatico per gli imprenditori: la giustizia-lumaca nega agli imputati persino il diritto a una sentenza di assoluzione nel merito, lasciando il territorio ferito e privo di risposte.»

Un bilancio amaro per la comunità: chi paga il conto?

Oggi che il tribunale restituisce le chiavi dello “Stella Marina” ai legittimi proprietari, la domanda sorge spontanea e priva di risposte: chi paga per questo stallo ultra-decennale? Il naufragio del processo si traduce in un danno bilaterale devastante.

Da una parte gli enti pubblici (il Ministero dell’Interno e lo stesso Comune di Melito, che figuravano come parti offese) perdono la possibilità di vedere accertata la verità storica dei fatti in sede penale; per ottenere eventuali risarcimenti, dovranno imbarcarsi da zero in costose, lunghe e incerte cause civili.

Dall’altra parte, lo stesso identico dramma economico e personale colpisce le persone coinvolte e gli imprenditori della “Stella Marina”. Gli imputati, a partire dall’ex Sindaco per il quale il PM all’epoca aveva addirittura chiesto una misura cautelare di arresto (poi rigorosamente rigettata dal Giudice), si vedono negata la possibilità di un’assoluzione nel merito. Restano in un limbo permanente, segnati da anni di fango mediatico senza che un tribunale abbia potuto ripulire i loro nomi con una formula assolutoria piena.

A pagare il prezzo più alto resta il territorio melitese. La “Stella Marina“, un tempo meta storica e polmone economico capace di attirare centinaia di turisti nel periodo estivo, esce distrutto da questa odissea.

Il danno d’immagine per il paese è incalcolabile: Melito Porto Salvo si ritrova ciclicamente inserito nel “ciclone infernale” di inchieste altisonanti e arresti spettacolari, salvo poi assistere, a distanza di anni, ad assoluzioni totali (come nei casi delle inchieste Ada ed Ecosistema) o a colpi di spugna dettati dai tempi della giustizia. Un cortocircuito che logora il tessuto sociale e spaventa gli investitori.

Nessuno, infine, potrà cancellare la memoria umana di quei giorni del 2019. Abbiamo documentato e ricordiamo con fermezza le scene drammatiche di quella che fu a tutti gli effetti una deportazione forzata dei migranti, strappati alla struttura per essere trasferiti altrove, ei pianti disperati di uomini, donne e bambini che in quel luogo avevano trovato un barlume di stabilità.

C’è però un ultimo e altrettanto amaro paradosso da registrare in questa vicenda. Come sempre accade in Calabria ed a queste latitudini, la notizia della prescrizione e della restituzione dei beni non fa cronaca e non fa spettacolo.

Dov’è finito il clamore mediatico dell’epoca, quando venivano versati fiumi di inchiostro per pubblicare centinaia di pagine di intercettazioni e sbattere i “mostri” in prima pagina?

Oggi il silenzio è assordante: questa svolta definitiva non viene ripresa quasi da nessuno. Ci sorge allora un dubbio provocatorio: insieme al processo, sarà mica caduta in prescrizione anche la “notizia”?

L’opinione pubblica assiste oggi impotente all’ennesimo paradosso italiano: un’accoglienza che, nelle aule di tribunale, non ha trovato né colpevoli né innocenti, ma solo riforme dell’ultima ora, scadenze superate e un territorio lasciato più povero, ferito e privo di risposte.

Di caposud

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