Mentre i medici cubani presidiano il “Tiberio Evoli” di Melito e la burocrazia blocca i pensionati italiani, la carenza di organico spinge i malati verso il privato e l’intramoenia. Così si svuota il servizio pubblico.
Di fronte al collasso della sanità calabrese, la burocrazia nostrana blocca i medici pensionati italiani mentre la sopravvivenza degli ospedali di frontiera, come il “Tiberio Evoli” di Melito di Porto Salvo, resta appesa a un filo diplomatico tra Reggio Calabria, L’Avana e Washington.
C’è un limite oltre il quale la cronaca smette di essere gestione del disavanzo pubblico e diventa, a tutti gli effetti, la tragedia dell’assurdo. Quel limite in Calabria è stato ampiamente superato. A certificarlo, con la freddezza dei numeri, è l’ultimo report del Ministero della Salute sul Nuovo Sistema di Garanzia riferito al 2024: la Calabria è all’ultimo posto in Italia nei Livelli Essenziali di Assistenza. È l’unica regione a non raggiungere la sufficienza nell’assistenza territoriale. Dietro questo “fanalino di coda” si consuma una doppia verità, un paradosso speculare che unisce la geopolitica globale alle stanze polverose delle ASP locali.
Primo capitolo: L’asse L’Avana-Washington sulla pelle dei calabresi
Il primo atto di questo teatro dell’assurdo è stato svelato in prima pagina da Repubblica. Da un lato abbiamo una sanità regionale strutturalmente incapace di garantire i servizi minimi, con i pronto soccorso al collasso e oltre 300 milioni di euro all’anno di mobilità passiva (i soldi dei calabresi che finanziano i viaggi della speranza verso il Nord). Dall’altro, un’amministrazione regionale di centro-destra che, per non chiudere gli ospedali, è costretta a compiere una scelta ideologicamente spiazzante: appaltare la sopravvivenza delle corsie a centinaia di medici arrivati da Cuba.

Una soluzione d’emergenza che ha innescato un cortocircuito internazionale. Gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump premono sui partner occidentali per interrompere i contratti con L’Avana, accusando il governo cubano di sfruttamento. La risposta del governatore calabrese Roberto Occhiuto dalle colonne del Washington Post è la fotografia della disperazione istituzionale: «Senza i medici cubani moriamo, non li rispediremo a L’Avana». Per salvare i cittadini, la periferia dell’Impero occidentale preferisce sfidare la Casa Bianca piuttosto che rinunciare ai camici caraibici.
Secondo capitolo: La beffa dei medici pensionati e il silenzio della burocrazia
Ma l’assurdo diventa tragedia quando si scopre che, mentre la Calabria viaggia fino ai Caraibi per reclutare personale affrontando veti internazionali, in patria rinuncia cinicamente alle proprie risorse. È il secondo capitolo di questa vicenda, sollevato dalle pagine della Gazzetta del Sud.

Con la legge regionale n. 1 del 19 gennaio 2026, la Regione aveva aperto le porte ai medici italiani in pensione, invitandoli a rimettersi in gioco per dodici mesi nei reparti più caldi. Centinaia di professionisti calabresi hanno risposto presente. Hanno superato le selezioni, ottenuto l’idoneità psicofisica e pagato di tasca propria le costose polizze assicurative richieste dal bando. Il risultato? Da oltre sei mesi questi contratti sono fermi al palo. I medici idonei restano a casa in un “limbo silenzioso”, intrappolati nelle maglie burocratiche delle aziende sanitarie che non formalizzano le assunzioni, mentre i colleghi ancora in servizio “scoppiano” sotto turni massacranti di dodici ore consecutive.
L’impatto sul territorio: Il caso del “Tiberio Evoli” di Melito di Porto Salvo
Questo cortocircuito tra emergenza internazionale e paralisi burocratica locale non è un dibattito teorico: si riflette quotidianamente sulla pelle dei malati. Il Presidio Ospedaliero “Tiberio Evoli” di Melito di Porto Salvo è l’epicentro di questa trincea. Unico punto di riferimento per l’intera Area Grecanica, la struttura sperimenta ogni giorno il peso della carenza di organico.
A Melito, il Pronto Soccorso resta aperto sulle 24 ore solo ed esclusivamente grazie all’integrazione strutturale dei medici cubani. Intanto, reparti chiave come la Radiologia e la Chirurgia agoniscono per la carenza di tecnici e infermieri. Per i cittadini, la conseguenza diretta si traduce nei tempi d’attesa del CUP. Se le prestazioni urgenti (Classe U) tengono ancora la soglia delle 72 ore per puro miracolo, le visite differibili o programmabili (Classi D e P) sforano sistematicamente i limiti ministeriali. Agende bloccate, esami diagnostici rinviati di mesi e liste d’attesa interminabili costringono l’utenza locale a migrare verso Reggio Calabria, a rivolgersi a pagamento al privato mettendo mano ai propri risparmi, o a rinunciare del tutto alle cure, alimentando la crisi della medicina territoriale.
A ciò si aggiunge l’ennesima intollerabile contraddizione: il ricorso forzato alle visite in intramoenia. Pagando la prestazione all’interno delle stesse mura ospedaliere, il cittadino scopre che il paradosso si compie: molto spesso si riesce a effettuare la visita nello stesso giorno, con lo stesso specialista e sugli stessi macchinari che il CUP pubblico dichiarava indisponibili. Una tassa sulla salute che trasforma un diritto costituzionale in un privilegio a pagamento.
Le contromisure del 2026: Una transizione che non può attendere
Davanti a questo scenario, le istituzioni locali stanno tentando vie di fuga straordinarie. Nel corso del 2026, il Consiglio comunale di Melito di Porto Salvo ha votato una delibera per chiedere lo status di ospedale “Spoke” o, in subordine, l’incorporazione del “Tiberio Evoli” sotto la gestione diretta del Grande Ospedale Metropolitano (GOM) di Reggio Calabria, nel tentativo disperato di aggirare le paludi amministrative dell’ASP provinciale. Parallelamente, si guarda ai fondi del PNRR per la riconversione parziale in Ospedale e Casa di Comunità, sperando che la medicina territoriale possa un giorno assorbire il colpo.
Ma i muri degli ospedali di comunità non curano senza medici. La “tragedia dell’assurdo” della sanità calabrese sta tutta qui: un malato cronico a cui viene negata una visita ordinaria a Melito di Porto Salvo perché i medici italiani idonei sono bloccati dalla burocrazia a Reggio Calabria, mentre il Pronto Soccorso che gli salverà la vita stanotte resta aperto solo perché un governatore di centro-destra ha deciso di ignorare i diktat di Washington per tenersi stretti i medici di un’isola comunista. Fino a quando reggerà questo equilibrio instabile?
L’interrogativo finale, il più amaro, investe direttamente il senso stesso del servizio pubblico. La combinazione tra una cronica carenza di personale e l’ipertrofia delle visite in intramoenia sta compiendo un silenzioso e drammatico svuotamento dell’articolo 32 della Costituzione. Quando un ospedale non ha abbastanza medici per coprire i turni ordinari, ma quegli stessi pochi medici diventano disponibili a pagamento nelle ore successive, il sistema smette di essere un servizio universalistico. Diventa un mercato. La carenza di organico smette di essere un problema organizzativo e si trasforma in un formidabile incentivo per l’attività privata dentro le mura pubbliche. Se per essere curati in tempi dignitosi dallo Stato bisogna pagare lo Stato, allora il concetto di sanità pubblica è già stato svuotato dall’interno. Resta solo un guscio vuoto, una facciata istituzionale dietro la quale il diritto alla salute non si misura più sul bisogno del paziente, ma sulla dimensione del suo portafogli.

