La storia di Stefania, cittadina melitese, diventa il simbolo di una Calabria che non riesce a garantire il diritto alla salute e costringe i suoi figli a fuggire due volte.
Ci sono storie che non dovrebbero mai essere raccontate.
Storie che parlano di attese, di ritardi, di solitudine. Storie che non riguardano solo una persona, ma un intero territorio.
Oggi, una di queste storie arriva da Melito di Porto Salvo, dal cuore della nostra comunità.
È la storia di Stefania Lugarà, una donna melitese, un’insegnante, una professionista, una moglie. Una cittadina che ha scelto di condividere pubblicamente un’esperienza personale dolorosa, nella speranza che la sua voce possa diventare un grido collettivo.
IL PRIMO ESILIO: PARTIRE PER LAVORARE
Prima ancora della malattia, Stefania ha vissuto una ferita che accomuna migliaia di giovani calabresi: per poter lavorare, per costruire un futuro, ha dovuto lasciare la sua terra.
Da dieci anni insegna a Milano. Dieci anni lontana dagli affetti, dalla famiglia, dalle radici. Dieci anni di sacrifici che conoscono bene tutti i meridionali costretti a partire.
È il primo esilio. Quello che ti porta lontano per vivere.
IL SECONDO ESILIO: PARTIRE PER CURARSI
Poi arriva agosto. Una cisti al seno.
Una serie di accertamenti che dovrebbero essere rapidi, lineari, protetti.
E invece no.
Ritardi. Documenti smarriti. Esami rinviati. Mancata presa in carico.
Lei stessa scrive:
“Il tempo passa. Troppo tempo.”
E in oncologia, il tempo non è un dettaglio. È una variabile decisiva.
Solo a dicembre, dopo mesi di sollecitazioni personali, arriva una risonanza magnetica con mezzo di contrasto. È lì che emerge un nodulo sospetto.
Ma da quel momento, nessuna chiamata. Nessuna indicazione. Nessun percorso attivato.
Costretta dagli eventi, Stefania decide di rivolgersi a una struttura del Nord Italia.
E lì arriva la diagnosi definitiva: carcinoma duttale invasivo.
Ed è qui che la sua storia diventa simbolo di un dramma più grande:
una donna costretta a partire due volte.
Una volta per lavorare.
Una volta per curarsi.
UN CASO PERSONALE CHE DIVENTA CASO COLLETTIVO
La forza del suo racconto non sta solo nel dolore personale.
Sta nella consapevolezza che la sua storia non è un’eccezione, ma un sintomo.
Un sintomo di una terra che da decenni vive un dramma silenzioso: una terra dimenticata dallo Stato e troppo spesso tradita dalla politica, incapace di garantire ciò che dovrebbe essere garantito a tutti.
Il diritto alla salute.
Stefania lo scrive chiaramente:
“La mia storia è una, ma potrebbe essere quella di tante altre persone.”
E purtroppo ha ragione.
I NUMERI CHE NON POSSIAMO IGNORARE
La storia di Stefania si inserisce in un quadro più ampio: quello di un’Italia divisa in due, dove il diritto alla salute non è uguale per tutti.
I LEA – Livelli Essenziali di Assistenza
I LEA rappresentano ciò che ogni cittadino italiano dovrebbe ricevere ovunque viva: prevenzione, diagnosi, cure, riabilitazione.
Sono la traduzione concreta dell’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.
Eppure, la Calabria non riesce a garantire pienamente i LEA.
Da anni è tra le regioni con i punteggi più bassi nei monitoraggi nazionali: carenza di personale, infrastrutture insufficienti, ritardi diagnostici, servizi territoriali fragili, ospedali sotto pressione, commissariamenti prolungati.
Quando i LEA non vengono garantiti, non viene garantito il diritto alla salute.
E quando il diritto alla salute vacilla, vacilla lo Stato.
Il divario Nord‑Sud
Secondo il report Svimez “Un Paese, due cure”, realizzato con Save the Children:
Quasi la metà dei pazienti calabresi è costretta a spostarsi fuori regione per curarsi.
- Nel Mezzogiorno la prevenzione è più scarsa.
- La mortalità oncologica è più elevata.
- Le distanze da percorrere per raggiungere centri specialistici sono più lunghe.
- Le liste d’attesa sono più pesanti.
- Le Breast Unit e i centri oncologici sono meno numerosi e meno attrezzati.
Non è solo una questione sanitaria: è una questione di uguaglianza costituzionale.
IL MESSAGGIO DEL SINDACO DI SAN LORENZO
A questa vicenda si aggiunge la comunicazione del Sindaco di San Lorenzo, Sandro Polimeni, che ha annunciato una breve assenza per stare accanto alla propria famiglia in questo momento difficile.
Un gesto sobrio, istituzionale, rispettoso. Un gesto che ricorda a tutti noi che dietro le cariche pubbliche ci sono persone, famiglie, fragilità.
IL NODO CENTRALE: IL TEMPO
Il tempo.
È tutto qui.
Il tempo che si perde.
Il tempo che non torna.
Il tempo che, in Calabria, troppo spesso diventa una colpa.
Quando una diagnosi arriva tardi, non è solo un problema sanitario: è una questione di diritti.
È una questione di giustizia.
È una questione di dignità.
L’APPELLO DI STEFANIA
Stefania conclude il suo post con parole che dovrebbero diventare un impegno per tutti:
“La sanità non è un servizio: è un diritto fondamentale.
E quando questo diritto viene meno, le conseguenze possono essere profonde.”
E ancora:
“Spero che qualcuno possa amplificare questo messaggio.”
Questo editoriale nasce esattamente per questo. Per amplificare. Per dare eco. Per trasformare una testimonianza in un’occasione di cambiamento.
Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo abituarci. Non possiamo accettare che la salute dipenda dal luogo in cui si nasce.
La storia di Stefania non è solo un racconto personale: è un monito.
È un richiamo. È una responsabilità.
E noi, come comunità, come territorio, come voce dell’informazione locale, abbiamo il dovere di raccoglierlo.
Perché in medicina — e nella vita — il tempo non è mai un dettaglio.
Domenico Vincenzo Vinci

