Mentre il Nord della Calabria celebra scadenze e inaugurazioni, l’estremo Sud reggino subisce la negazione a 360 gradi dei diritti più elementari: dalla mobilità negata al collasso programmato della salute.

Editoriale di Domenico Vincenzo Vinci

MELITO DI PORTO SALVO (RC) – L’estate calabrese si apre, come di consueto, con il valzer stagionale dei comunicati stampa trionfalistici. L’ultimo in ordine di tempo annuncia con enfasi propagandistica l’introduzione di due nuovi treni sulla linea Jonica a partire dal 6 luglio. Un provvedimento ordinario spacciato per una rivoluzione copernicana. Peccato che, per i cittadini che vivono, resistono e viaggiano nel tratto compreso tra Melito di Porto Salvo e Roccella Jonica, la realtà materiale racconti un’altra storia. Una storia fatta di dimenticanze calcolate, infrastrutture ottocentesche e una sistematica negazione dei diritti civili a 360 gradi.

L’inganno dell’elettrificazione a metà

Se si allarga lo sguardo alla mappa dei grandi investimenti di Rete Ferroviaria Italiana (RFI), emerge una verità macroscopica: esiste una Calabria Jonica di serie A e una di serie B. Mentre la tratta Jonica Nord procede spedita verso il completamento dell’elettrificazione entro il 2027 e per i lotti fino a Catanzaro Lido e Roccella si muovono i primi progetti di fattibilità tecnica, il segmento Melito Porto Salvo – Roccella Jonica è l’unico a rimanere nell’ombra, privo sia di una progettazione concreta che di un reale stanziamento finanziario.

I treni regionali moderni e i collegamenti veloci tanto sbandierati dalla politica si fermeranno, di fatto, dove finiscono i cavi dell’alta tensione. A sud di Roccella l’orologio della mobilità torna indietro di decenni, costringendo i residenti e i pochi turisti rimasti a subire le solite vecchie automotrici diesel, nel silenzio assordante delle istituzioni regionali.

  Tratta Jonica Nord            Roccella Jonica         Melito P.S.
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 (Elettrificata/In Corso)     (Progetti Avviati)     (Isolamento Totale)

Due Calabrie a velocità opposte anche sulla SS 106

Questo isolamento su ferro si specchia fedelmente nel disastro della viabilità stradale. Il contrasto è evidente se si confrontano le diverse sorti della Strada Statale 106. Da un lato, a Badolato si inaugurano varianti e si riaprono tratti ammodernati e messi in sicurezza con interventi strutturali; dall’altro, nel territorio reggino, la SS 106 si trasforma quotidianamente in una trappola invivibile.

Il tratto che unisce l’Area Grecanica a Reggio Calabria diventa ogni estate un imbuto impraticabile, paralizzato da code chilometriche e rallentamenti strutturali che mettono a rischio persino il passaggio dei mezzi di soccorso. Due aree della stessa regione che viaggiano a velocità e diritti opposti.

L’isolamento più drammatico: il deserto sanitario del “Tiberio Evoli”

Ma c’è un isolamento ancora più feroce, che non tocca solo il tempo di percorrenza dei cittadini, ma la loro stessa sopravvivenza: l’isolamento sanitario. Muoversi su una SS 106 paralizzata non è solo un disagio economico o turistico, diventa un potenziale dramma mortale quando si deve raggiungere il Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria per un’emergenza.

È qui che si innesta la nostra battaglia, portata avanti con forza da Capo Sud, per la difesa e il rilancio dell’Ospedale Tiberio Evoli di Melito di Porto Salvo. Un presidio fondamentale per un intero comprensorio, che anno dopo anno è stato progressivamente depotenziato, svuotato di reparti, medici e risorse, lasciando migliaia di cittadini senza una rete di assistenza d’emergenza degna di questo nome. Chiudere o ridurre ai minimi termini l’Evoli significa condannare a morte un territorio che è già tagliato fuori dai collegamenti ferroviari e stradali. Se perdi il treno perdi tempo; se l’ambulanza resta bloccata sulla 106 e l’ospedale più vicino è un guscio vuoto, perdi la vita.

                  DIRITTI NEGATI A 360° SULLA JONICA REGGINA
   
   [ 🚫 TRENI ] -----------> Tratto Melito-Roccella senza elettrificazione
   [ 🚗 STRADE ] ----------> SS 106 paralizzata e senza ammodernamenti
   [ 🏥 SALUTE ] ----------> Depotenziamento del "Tiberio Evoli" (Battaglia Capo Sud)

L’affondo: basta veline per un posto in lista

Di fronte a questo deserto di diritti, fa quasi sorridere la nota diffusa dalla senatrice della Lega, Tilde Minasi, secondo cui la parziale e temporanea aggiunta di due corse ferroviarie «si tratta di un risultato straordinario che dà una risposta immediata e concreta alle legittime richieste dei primi cittadini e di tutta la comunità della fascia jonica».

Se i sindaci e le comunità locali non possono più accontentarsi di queste “veline” di partito che celebrano la normalità come fosse un miracolo, la nostra deputazione regionale la smetta di incensare Roma per mantenere il posto in lista per la poltrona delle prossime elezioni politiche. Ma la critica più severa va mossa proprio ai nostri primi cittadini dell’Area Grecanica. È inaccettabile assistere al tentativo di subordinare e posticipare la convocazione dell’Assemblea dei Sindaci a dopo le elezioni della Città Metropolitana del 19 luglio. Questa melina temporale tradisce una palese sottomissione alle logiche della politica metropolitana e regionale: regna il timore diffuso di “guastarsela” con il manovratore o il presidente di turno, preferendo il silenzio complice alla tutela dei propri cittadini pur di non compromettere equilibri di potere e carriere personali.

Questo servilismo a mezzo stampa e questa timidezza istituzionale hanno stancato. La vera battaglia per il riscatto della Jonica reggina non si vince elemosinando qualche fermata in più a luglio e agosto per far fare passerella ai leader nazionali, ma pretendendo che il tratto Melito-Roccella venga inserito nei piani di elettrificazione e che il Tiberio Evoli torni a essere una struttura sanitaria d’eccellenza, sicura e funzionante.

I reali diritti dei cittadini non possono più essere nascosti dietro specchietti per le allodole fuorvianti, come l’ambiguo valzer delle Case di Comunità: l’emblematico spostamento degli uffici ex INAM da Melito a Roghudi ne è la prova lampante. Si sottraggono servizi consolidati a un centro nevralgico per spacciarli come “nuova assistenza” altrove, in un gioco delle tre carte che ricorda da vicino la nota vicenda delle “vacche di Fanfani”. Proprio come allora si spostavano gli stessi capi di bestiame da un podere all’altro per mostrare al Capo del Governo una finta prosperità rurale, oggi la politica locale sposta uffici, sigle e servizi sanitari sul territorio per simulare un’efficienza che non esiste, inaugurando scatole vuote a beneficio di obiettivi fotografici.

Fino ad allora, la retorica della Calabria che esce dall’isolamento rimarrà carta straccia stampata sulla pelle dei calabresi di serie B.

Di caposud

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